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3 Agosto 2020

Alla scoperta della Corea del sud e del “Four River Bike Path”/ 2°puntata

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Dalla teoria alla pratica. Ovvero: molto può andare storto. Da Sockho a Seul

Come avevo scritto all’inizio, la Corea del Sud era un paese poco conosciuto dal punto di vista turistico e le poche notizie che si avevano erano solamente riferite ai suoi colossi industriali come  la Samsung e la Hyundai; questo però avveniva fino al mese di febbraio, cioè quando avevo prenotato il biglietto aereo, ma da allora erano iniziate le prime schermaglie tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti che erano culminate verso i primi di agosto, quando la situazione tra i due paesi era al limite della guerra, con Trump che pareva dovesse far partire da un giorno all’altro l’opzione militare  e Kim Jong-un pronto a lanciare i suoi missili in direzione Corea del Sud. Proprio dove stavo atterrando io…

Comunque, sbarcato dall’aereo,  la vera preoccupazione  riguardava come al solito la consegna dei bagagli e della bici, che per me è la fonte maggiore di stress di tutto il viaggio. Naturalmente anche questa volta la mia borsa era arrivata tra le ultime e avevo dovuto cercare dove poteva essere stata consegnata la bici, ma alla fine sono riuscito a farcela anche grazie all’aiuto dei gentili operatori dell’aeroporto. Era solo l’inizio di una giornata di fatiche: dovevo adesso trovare un taxi abbastanza capiente da caricare il voluminoso scatolone, dato che era impensabile trasportarlo con qualsiasi mezzo pubblico, e farmi portare alla città di Incheon (non a Seul, perché molto più distante e quindi con maggiore costo del taxi). La non economica corsa (costata 60 euro) mi aveva lasciato nella via dove avrebbe dovuto trovarsi la mia Guest-House, il problema era che, come molti degli alloggi prenotati su Airbnb, consisteva in un’abitazione privata e non esistevano né segnalazioni e tantomeno qualcuno che ne conoscesse l’esistenza. Fortunatamente in aeroporto ero riuscito a comprarmi subito un sim coreana e quindi, con le indicazioni del proprietario della guest-house, sono riuscito a raggiungere quello che era un appartamento situato al nono piano di un anonimo grattacielo che, per entrarci, richiedeva delle diverse combinazioni numeriche da digitare ai diversi portoni. Tutto questo con una temperatura che a mezzogiorno superava ampiamente i 30 gradi ed un’ umidità che lasciava grondante di sudore solo dopo pochi passi… Non rimaneva altro che montare la bici e trovare una sistemazione al suo scatolone, in modo che al ritorno non dovessi preoccuparmi di trovare un negozio di biciclette al quale chiederne uno. In questo caso tutto è filato liscio, il mio mezzo di trasporto era perfettamente funzionante e lo scatolone era sistemato su un terrazzino della Guest-House ed, addirittura, la sera ero a cenare con il suo proprietario in un classico ristorante coreano, dove sono stato iniziato alle prelibatezze culinarie e che mi ha dato subito prova della grande ospitalità e gentilezza del suo popolo. 

Il giorno seguente è stato quello del trasferimento a Sokcho; con la bici montata mi sono diretto alla stazione degli autobus dove, senza alcun problema, è stata caricata e ho potuto fare il mio primo trasferimento attraverso il paese. La curiosità era enorme ed ho passato tutte le quattro ore del viaggio incollato al finestrino, cercando di capire e vedere quello che avrei affrontato nei giorni a seguire. Il panorama mi si è presentato per la prima ora come una immensa metropoli, senza discontinuità tra Incheon e Seul, per poi finalmente entrare in una zona di montagne molto verdi, con una vegetazione che tendeva ad essere come quella delle giungle tropicali; l’incanto però poi si è rotto a causa di una lunghissima coda in autostrada, dovuta al fatto che era sabato e c’era la gente che si stava dirigendo verso le località balneari… L’arrivo a Sokcho non è stato poi uno dei più spettacolari, anzi, a causa della terribile cappa di umidità, la città, con i suoi grattacieli e l’immenso porto, aveva qualcosa di spettrale. Comunque ero arrivato, dopo 3 giorni di viaggio, al punto di partenza della pedalata e non vedevo l’ora di poter  finalmente iniziare a muovermi con le mie forze e non di essere trasportato con ogni mezzo di locomozione!

Il mattino seguente, alle 6 del mattino per evitare il caldo, ero già in sella e pronto per la partenza. E sono iniziati i guai… Per prima cosa scopro che il contachilometri non funzionava, probabilmente non riusciva a prendere il segnale gps ed era completamente impallato, decido allora di fare una ripresa della partenza nell’attesa che l’apparecchio si riprendesse, ma, acceso il gimbal, anche questo non funzionava e la Gopro rimaneva miseramente rivolta verso il basso. Nello smontare dalla bici, colpisco il sensore di cadenza posizionato di fianco alla ruota posteriore e rompo la cinghia che lo sorreggeva. Ero incredulo. Ma poi, mentre stavo montando il cavalletto della macchina fotografica per fare la ripresa, mi accorgo che il contachilometri aveva ripreso a funzionare e, successivamente, riponendo la Gopro, avevo provato a dare una stretta al gimbal e questo miracolosamente, aveva ripreso a funzionare! Il sensore di cadenza dovrebbe essere tuttora adesso  dentro una delle borse da viaggio, per dare l’idea di quanto lo utilizzi.

Potevo quindi partire, però dopo quasi un’ora di preparativi, giocandomi così parte del fresco mattutino sul quale facevo affidamento. Il programma giornaliero prevedeva il raggiungimento della città di Yenguu, situata ad una cinquantina di chilometri, e da lì proseguire lungo il percorso finché non mi fossi ritenuto soddisfatto ed avessi trovato un posto dove campeggiare. C’era un’incognita che però gravava sulla pedalata perché, per raggiungere la zona delle montagne, dovevo subito affrontare un passo con un dislivello di 700 metri, ma “spalmato” (o almeno così pensavo) lungo una quindicina di chilometri, quindi non particolarmente proibitivo. Purtroppo la prima parte della pedalata si era svolta lungo una leggerissima salita, tanto che incominciavo a pensare di essermi sbagliato riguardo all’altezza del passo e mi ero pure permesso una piccola deviazione per visitare uno spettacolare tempio, ma, arrivato ad un bivio, mi sono trovato di fronte ad un “muro” vero e proprio, con pendenze sempre superiori al 12 percento (e con una bici carica è quasi impossibile rimanere in sella a pedalare). Il problema era però che anche le nuvole se ne erano andate e mi ritrovavo a spingere la bici sotto un sole cocente, con una temperatura attorno ai 40° C ed un tasso di umidità al 100 %. Una prolungata sosta all’ombra non era riuscita a farmi riprendere le forze, anzi, la vista di un ciclista coreano in bici da corsa che aveva difficoltà a procedere, mi aveva fatto ulteriormente capire che quella salita, in quelle condizioni, non era affrontabile. Stavo praticamente girando la bici per tornarmene indietro (piuttosto disperato, perché la rinuncia avrebbe comportato prendere un autobus il giorno dopo per farmi portare a Yenguu e riprendere la pedalata, perdendomi una parte di percorso che tanto avevo sognato), quando ho visto un furgoncino arrancare su per la salita e ho quindi deciso, sul momento, di provare a fermarlo e di chiedere un passaggio fino alla fine del passo.  Era la prima volta che mi capitava in 20 anni di cicloturismo (se non fosse vero avrei potuto semplicemente scrivere che avevo superato il passo con “qualche” difficoltà), ma, rispetto ad altre volte in cui avevo spinto la bici fino in vetta, in quel momento correvo veramente il rischio di prendermi un colpo di calore e, permettetemi, non mi sembrava il caso di rovinare tutto il primo giorno di pedalata! Con il solito linguaggio dei gesti sono riuscito a farmi capire dall’autista e così, dopo circa 4 km di ripidissima salita, venivo lasciato in cima al passo, certamente dispiaciuto per quella piccola sconfitta, ma adesso con di fronte ancora tanta strada da affrontare!

Finalmente stavo pedalando tra le montagne boscose viste il giorno precedente, però questa volta non da un autobus sull’autostrada, bensì in sella ad un mezzo silenzioso che permetteva la loro completa ammirazione. Mi trovavo ai confini settentrionali del Seoraksan National Park tra spettacolari formazioni granitiche, dense foreste  e torrenti con acque trasparenti che formavano splendidi specchi d’acqua. Però, nonostante non mi trovassi più all’altezza del mare, le temperature erano ancora alte e verso  le 14, vedendo che il termometro del contachilometri segnava 45°C (!!!), avevo dovuto cercare rifugio tra i boschi, e buttarmi sul mio materassino all’ombra degli alberi ed attendere per un paio d’ore prima di riprendere la pedalata. Nel tardo pomeriggio ero riuscito a superare un altro piccolo passo, anche se non ne era proprio la mia intenzione, ma non riuscivo a trovare un posto adatto per campeggiare (i boschi avevano lasciato spazio a dei campi coltivati), e così mi ero ritrovato aldilà del passo e, finalmente, di fronte ad una piazzola dove, potenzialmente, avrei potuto montare la tenda. Si trattava di un’area di sosta di un ristorante, con dei tavolini bassi in legno per il picnic, ed il proprietario (sempre capendo il mio gesticolare) aveva non solo acconsentito a farmi accampare per la notte, ma mi aveva addirittura invitato (ed offerto) la cena al suo ristorante.

Il mattino seguente ero pronto per un nuovo giorno in sella, però avevo un tarlo che mi rosicchiava nella testa: stavo seguendo il percorso indicato sul sito che avrebbe dovuto portarmi alle famose piste ciclabili, però le strade che al momento stavo seguendo, al contrario di quello che era scritto, non erano così poco trafficate, anzi in alcuni tratti c’era un intenso passaggio di macchine che mi dava fastidio; dato che avevo scaricato una app coreana che mostrava la rete delle piste ciclabili, mi ero accorto che il mio itinerario mi avrebbe portato nelle vicinanze della città di Chuncheon, dalla quale partiva un ramo del “4 river bike path” che si dirigeva a Seul. Non ero certo della veridicità di tale osservazione perché l’app era in coreano, ma se fosse stato vero, mi sarei risparmiato un po’ di strada non gradita. La decisione è stata presa quando, arrivato sulle sponde dell’idilliaco lago Sunyani e pedalando lungo una strada che avrebbe dovuto essere abbandonata, mi sono ritrovato in mezzo ad una sorta di rally “privato”, incrociando bolidi che mi sfrecciavano accanto a tutta velocità! Il pegno da pagare per raggiungere la città di Chuncheon però era piuttosto alto: infatti avrei dovuto attraversare un tunnel di 5 km lungo una superstrada molto trafficata e, arrivato al suo ingresso e vedendo la stretta linea d’emergenza, mi ero reso conto che avrebbe potuto essere molto pericoloso. Non avendo altre alternative, illuminato come un albero di Natale, mi ero avviato per imboccare la galleria, ma all’ingresso mi ero improvvisamente accorto dell’esistenza di un marciapiede sopraelevato a circa un metro e mezzo di altezza. Era la mia salvezza! Con un considerevole sforzo sono riuscito a sollevare la pesante bici sul marciapiede ed, essendo molto stretto e non potendoci pedalare sopra, a spingerla per 5 km lungo il tunnel. Dopo un’ora di cammino avevo raggiunto l’uscita, mezzo annerito ed intossicato dai gas di scarico, ma felicissimo di averla scampata!

Il giorno seguente mi aspettava il responso che mi avrebbe detto se ne era valsa la pena fare tanti sforzi e correre dei rischi: però, pedalando il mattino presto lungo la ciclabile cittadina e vedendo tanti volontari intenti a pulirla, le mie sensazioni erano positive ed infatti, dopo circa 5 km, avevo raggiunto il cartello che segnalava l’inizio della “Bukhangang River Bike Way”,  l’avevo quindi trovata! E da qui era finalmente iniziato un percorso da sogno: una magnifica pista che serpeggiava tra il lungo lago e le montagne, con passerelle  per l’attraversamento di torrenti e stagni, bagni attrezzati (indicati con segnalazioni a chilometri di distanza), chioschi per riposare e, meraviglia tra le meraviglie, gallerie dedicate ai ciclisti, tra le quali una in cui partiva una musica rilassante quando la si attraversava. Naturalmente una giornata così bella non poteva finire senza che io cercassi di rovinarla, in questo caso commettendo un errore di valutazione delle distanze: avevo già pedalato una settantina di chilometri, ed avevo lasciato passare diversi luoghi ideali per campeggiare, perché non essendo stanco avevo deciso di proseguire ancora per un po’. Il problema era che, dopo una decina di chilometri, la pista aveva iniziato ad attraversare cittadine sempre più grandi ed affollate, dove era impossibile piazzare una tenda e, quando si era fatto ormai buio e mi ero reso conto che mi trovavo alla periferia estrema di Seul (che si dirama per una quarantina di chilometri), anche la ricerca di un alloggio era praticamente impossibile a causa delle poche insegne presenti che, oltretutto, erano solamente in coreano. La “salvezza” era infine arrivata grazie ad un’anziana coppia di coniugi che avendo capito (sempre grazie al mio linguaggio dei segni) che avevo bisogno di un albergo, mi avevano portato nell’unico tipo di alloggio presente in zona: un “Love Motel”! Avevo così scoperto una catena di motel che consisteva in alberghi economici dove le coppiette coreane, non ancora sposate, potevano venire per passare dei “momenti di intimità”, ottime sistemazioni molto pulite che avrei avuto occasione di sfruttare anche in seguito!

L’8 di agosto, dopo 4 giorni di pedalata, raggiungevo Seul, la capitale della Corea e prima tappa designata del mio progetto di viaggio. In una metropoli di 11 milioni di abitanti e tra le più grandi al mondo, avevo il timore di potermi perdere ed avere difficoltà a trovare l’alloggio che avevo prenotato,  invece l’orientamento si era rivelato molto facile perché la città è divisa in due dal fiume Han e la pista ciclabile da dove provenivo seguiva il suo corso, e quindi era stato sufficiente trovare la giusta uscita per arrivare all’appartamento, dove avrei dovuto passare un paio di giorni per dedicarmi alla scoperta della capitale. Purtroppo ci sono dei periodi dell’anno in cui la sua visita è sconsigliata: ad aprile a causa dei venti che portano dal nord le sabbie del deserto del Gobi mescolate con le polveri inquinate da metalli delle fabbriche cinesi e a luglio – inizi agosto quando l’umidità raggiunge i suoi massimi livelli e Seul è coperta da una cappa d’afa insopportabile. Decido quindi di rinviare la mia visita a fine agosto, quando tornerò per prendere il volo per l’Italia, e di rimettermi in moto in direzione sud.

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Michele Sanna – Cicloviaggiatore

Milanese, laureato in scienze biologiche, con lavoro nel campo della certificazione ambientale delle industrie. Una crisalide (backpacker giramondo) che si trasforma in farfalla (cicloturista). Successe nel 1996 a causa di un infortunio calcistico: prima dell’operazione il chirurgo consigliò di pedalare per rafforzare la muscolatura e nell’area della provincia a nord est di Milano iniziò a scoprire angoli e luoghi che fino ad allora non aveva preso in considerazione, ma soprattutto scoprì che pedalare offriva una più profonda osservazione di particolari che con i mezzi a motore sfuggivano. Dopo la prima entusiasmante esperienza in Costarica non si è più fermato: Alaska, due volte in Uganda, Utah, Wyoming e Sud Dakota, Karakoram Highway (Pakistan e Cina), Sud Africa, Borneo Malese, Mongolia, Laos, Malawi, Isola di Flores (Indonesia), Corea del Sud, Ruanda. Ma anche tanta Italia: l’intera Via Francigena, da Milano a Norcia e tanti altri percorsi sempre alla ricerca delle ciclabili o delle strade a bassissimo scorrimento.

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