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3 Agosto 2020

Manovali in paradiso – In Norvegia / Haugastøl > Finse – 25 km / 2° puntata

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Lasciando la stazione dei treni di Haugastøl e la sua florida struttura turistica, l’imbocco della Rallarvegen si trova in corrispondenza di un parcheggio. La strada è a pagamento per le poche automobili dirette alle sparute case nelle vicinanze e un cartello invita cortesemente a depositare 50 corone in una cassettina posta entro una piccola baracca. 500 corone invece per un abbonamento annuale. Non si tratta di un casello, non c’è una sbarra, nulla che possa indicare in maniera esplicita che c’è un pedaggio da pagare, ma soltanto l’invito a pagare per il transito. Il fondo sterrato è ottimo, il cielo aperto e luminoso è un dono prezioso, che mi è arrivato dopo le precipitazioni intermittenti dei giorni precedenti. Anche nell’entroterra il clima risente del respiro dell’Oceano Atlantico, che sospinge i vapori caldi della Corrente del Golfo fino a incontrare le correnti fredde polari che generano acquazzoni e temporali, solitamente di breve durata.

Da qui l’immensa ricchezza di acqua dolce per cui la Norvegia è famosa: rivoli, ruscelli, torrenti, cascate, fiumi e laghi sono il leitmotiv in ogni angolo del suo territorio. Il tracciato corre per i primi chilometri a fianco dell’antica strada ferrata, ottimamente tenuta. Ben presto la linea ferroviaria diverge e prende altre direzioni, mentre la strada si fa dolcemente ondulata. I fitti boschi un poco alla volta lasciano il campo a bassi arbusti e distese di erba coriacea che avvolgono le alture circostanti. Anche le note olfattive ne risentono, non si avverte più il penetrante aroma di resina di conifera che mi ha accompagnato negli ultimi tre giorni, sostituite dal profumo dell’erba, dei cespugli dei mirtilli selvatici, che ho mangiato abbondantemente durante le soste, allo spesso muschio che ammanta le rocce e delle vaste torbiere che si distendono ai lati del cammino. Il guadagno di quota non è quasi percettibile: a mille metri l’ambiente manifesta le caratteristiche di un’altitudine doppia se paragonata alle nostre montagne. È facile lasciarsi assorbire dal panorama che lascia letteralmente senza parole. Lungo il cammino incontro alcuni escursionisti e altri ciclisti di qualunque età, sia “giornalieri” con le bici noleggiate che viaggiatori come me con le bici cariche di borse. Mi capita di fare gruppetto con una matura comitiva di tedeschi e di condividere qualche chilometro del percorso chiacchierando: è decisamente facile, socializzare e condividere. È invece un po’ meno facile imbattersi nella fauna locale salvo l’incontro con un ermellino in livrea estiva che saltellava flessuosamente da un lato all’altro della strada con movenze plastiche e ipnotiche.

La Rallarvegen non è un percorso riservato alle bici: eccetto un paio di automobili che transitano con molto rispetto, è raro imbattersi in mezzi a motore e quei pochi lo fanno offrendo la massima attenzione ai ciclisti e agli escursionisti. Il terreno assume una conformazione pianeggiante, i picchi circostanti non svettano di molto: si apre così l’Hardargervidda Plateau, grigia roccia granitica arrotondata dagli elementi screziata da macchie di muschio e lichene. Sul fondo di questo immenso catino, le rade fattorie di montagna sono preannunciate dal suono delle campane al collo del bestiame al pascolo, disperso dal vento. La leggerezza dell’aria infonde un senso di minore gravità, come essere meno pesanti. Sono visibili in lontananza, più in alto rispetto al camminamento, le imponenti infrastrutture della linea ferroviaria moderna, riparata da massicci tunnel paraneve e robusti bastioni in cemento, che consentono l’esercizio della linea Oslo-Bergen anche durante il freddissimo inverno. Il riaffiorare di tronconi dei vecchi binari sul pianoro conferisce allo scenario un tocco da frontiera americana tardo ‘800. Non mancano neppure casolari isolatissimi, inspiegabilmente perfetti e corredati del pennone bianco. Alcune di queste costruzioni, dall’apparenza disabitata, risalgono ai tempi del cantiere della ferrovia: sono le sedi della direzione dei lavori, che si costruirono man mano che questi procedevano. Il percorso passa sopra numerosissimi ponticelli in legno e cavi di acciaio, alcuni di questi del tutto privi di parapetto che scavalcano corsi di acqua chiarissima e che confluiscono in una serie infinita di laghi e laghetti. Il passaggio sempre più frequente delle nubi sul sole crea frequenti sbalzi di temperatura, allacciare e slacciare continuamente la giacca diventa un esercizio istintivo. Circa a metà pomeriggio però la coltre nuvolosa si chiude definitivamente, proprio mentre raggiungo i 1200 mt di quota, raffreddando notevolmente l’aria. Il vento inizia a spirare in modo ancora più sostenuto, e percorro gli ultimi 10 km sotto una pioggia sferzante: ancora una volta sono testimone della mutevolezza del clima locale, che impone di essere preparati. La Strada dei Manovali sbuca infine sulla sponda sud del Finsevatnet, il lago glaciale in quota su cui sorge Finse, alimentato dal disgelo dell’antistante ghiacciaio dell’Hardangerjøkulen, visibile dalle alte rocce ad ovest.

Il ghiacciaio è noto per essere stato il terreno di addestramento dell’equipaggio di Robert F. Scott in preparazione per la spedizione di conquista del Polo Sud, ai primi del ‘900. Mentre nel 1979 è stato il set cinematografico di “Star Wars – L’Impero colpisce ancora”, per le scene ambientate sul pianeta Hoth.

Entrambi i fatti sono commemorati con gigantografie nella reception dell’hotel presso la stazione ferroviaria. In estate questa località in quota è nota per le escursioni guidate al ghiacciaio. Si sta facendo scuro, la temperatura sfiora lo zero e le folate di vento teso gettano pioggia mista a nevischio. Anziché campeggiare in riva al lago opto per il rifugio Finsehytta che offre un comodissimo dormitorio comune maschile/femminile. Non mi è consentito ricoverare la bicicletta all’interno, pertanto smonto le borse e trattengo il necessario per la notte, lasciando il resto nel magazzino delle attrezzature tra ramponi, sci, e una motoslitta. La camerata dormitorio è nel sottotetto, e gli abbaini restituiscono il ritmico tamburellare della pioggia che continua a cadere in modo sostenuto. Prendo possesso del mio giaciglio, metto in carica tutta l’elettronica e una doccia calda mi restituisce al mondo. Scopro successivamente che la struttura propone una strepitosa birra prodotta dal proprio microbirrificio – il più in quota della Norvegia – e orgogliosamente pubblicizzata dal gioviale receptionist. C’è anche un piccolo shop per le piccole esigenze dell’escursionista. La cena è semplice ma sostanziosa, tipica di un rifugio di montagna: una zuppa di verdure molto calda, servita al tavolo, una pietanza di carne con patate e una fetta di torta, da prelevare al self-service.

Non c’è un menù a scelta: questa è la cena e occhio alla puntualità.

Immancabile il distributore di acqua calda, con cui riempire thermos e borracce per le tisane dellasera da sorbire nel salone comune in conclusione di giornata. Dalla sua ampia vetrata si gode il maestoso spettacolo del ghiacciaio al di là del lago che, con l’avanzare del lunghissimo crepuscolo di queste latitudini, assume incredibili tinte blu per poi spegnersi nell’indaco.

Distanza tappa: 54 km

Durata tappa: 4h10’

Media tappa: 12.8 km/h

Salita cumulata tappa: 841 mt


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Luca Noli – Cicloviaggiatore

Milanese, 48 anni, sono approdato al cicloviaggio nel 2009 dopo avere covato per lunghi anni una passione sempre rimandata per ragioni di studio e di lavoro. Ho viaggiato in Sardegna, compiendone il periplo in tre anni (2009-2010-2011) e in Corsica (2012). Il viaggio in Norvegia da Oslo a Bergen del 2014 (Norway Coast-2-Coast) è stato il primo di tre, in cui ho affrontato le montagne centrali ed il Sognefjord. Ho successivamente scelto regioni e climi differenti: nel 2016 da Lillehammer a Trondheim lungo la costa atlantica (Norway Route-2-Atlantic), e il Circolo Polare Artico alle Isole Lofoten nel 2018 (Latitudine 68° Nord – Lofoten Arctic Randonnee). Tutti questi viaggi li ho compiuti sinora in solitaria. La bici è per me uno stile di vita: la utilizzo tutto l’anno per raggiungere il mio luogo di lavoro, è la mia compagna di allenamenti tra Oltrepò Pavese e Triangolo Lariano, il mio cavallo di battaglia per le granfondo amatoriali, il mezzo prediletto per le gite in famiglia e per le commissioni di tutti i giorni. Posseggo due biciclette: una Cannondale BadBoy del 2011 che utilizzo per i viaggi e per il pendolarismo invernale, e una Cannondale CAAD12 da strada del 2016 che uso per allenarmi e per andare in ufficio col bel tempo. Ho in progetto il giro della Danimarca del nord, ma i miei autentici sogni nel cassetto sono il giro della Tasmania, la traversata del Marocco dal Mediterraneo al Sahara, e il Sudamerica andino.

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